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Storie che non dobbiamo mai stancarci di leggere

sabato 27 gennaio 2018


Nell'estate 2016 ho avuto l'opportunità di incontrare John Boyne, autore di "Il bambino con il pigiama a righe", al festival Mare di libri. Avevo sentito parlare spesso del suo romanzo perché ne hanno tratto anche un film ma non mi sono mai avvicinata alla storia finché un giorno, mentre ero al mercatino dell'usato, non ho intravisto un libricino con la copertina a strisce. Bruno avrebbe detto che alcune cose sono lì solo in attesa di essere scoperte e così è stato.
Gennaio per me è il mese della memoria e per questo ogni anno leggo una storia sull'olocausto, ecco quindi che ho iniziato "Il bambino con il pigiama a righe" e non me ne sono più staccata fin quando non l'ho finito con il cuore a pezzi. Bruno è un bambino di nove anni che insieme alla sua famiglia si trasferisce dalla bella Berlino a un'abitazione più piccola vicino a un campo di concentramento dove suo padre è stato assegnato. A Bruno questa nuova sistemazione non piace ma un giorno, mentre esplora i dintorni, incontra un bambino con cui fare amicizia che si trova al di là della rete. La storia è narrata in maniera semplice perché è dal punto di vista di un bambino che non comprende ciò che lo circonda. E come potrebbe visto che gli adulti non si sprecano nemmeno a spiegargli le cose più semplici? Bruno è curioso e vive tutto come un'esplorazione, un gioco, ma si troverà di fronte a qualcosa di molto più grande di lui. È un romanzo che si basa sui contrasti: il padre buono e premuroso con i figli che è comandante nel campo di concentramento e non considera gli ebrei uomini; l'innocenza dei bambini e l'odio dei soldati. Bruno e Shmuel sono due bambini nati lo stesso giorno dello stesso anno ma non potrebbero essere più diversi. O meglio, non dovrebbero esserci differenze, i bambini della loro età dovrebbero essere liberi di giocare, esplorare e imparare ma così non è. Il bambino ebreo viene maltrattato e costretto a una vita disumana in quel campo. Bruno non capisce la gravità della situazione e spesso pensa a quanto sia fortunato Shmuel a stare con altri bambini. La loro amicizia non è fatta di giochi ma di parole attraverso la rete, un modo strano per loro di fare amicizia ma molto toccante e tenero per chi legge. A Bruno viene detto di essere superiore rispetto agli altri ma nessuno sa spiegargli il motivo. Semplicemente non sono uomini, "non secondo il significato che diamo a questa parola", così vengono giustificate le condizioni vergognose in cui sono costretti a vivere e le atrocità che subiscono. Un elemento che ho apprezzato particolarmente è il non descrivere e spiegare tutto ma lasciare intuire al lettore. Questo rende la storia in certi punti ancora più straziante perché non sappiamo cosa sia effettivamente successo ma, dato il contesto, ci si aspetta il peggio. Nel complesso è stato un libro breve ma molto intenso. Per quanto mi riguarda, non aggiunge nulla di nuovo a quanto io già sapessi sull'olocausto ma penso sia importante non smettere di leggere storie simili per non dimenticare.
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